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News |
La lunga agonia del più amato dai brasiliani di Carlo Pizzigoni > 1/6/2004
Rio de Janiero, 1 giugno 2004
Trovatelo voi un brasiliano a cui non piace Ivete Sangalo. Brava, bella e simpatica. La cantante baiana raccoglie unanime consenso, solo Roberto
Carlos (il cantante) riesce a compromettere di più il cuore della gente di qui, allegro e malinconico, gentile e fatalista, ma coinvolge qualche
nonna di troppo. Ivete è l'entusiasmo dei giovani, soprattutto. Le sue canzoni sono successi che incessantemente senti rimbalzare da ogni angolo di una qualsiasi città, dalla favela dove vivi evitando i proiettili vaganti, al quartiere signorile dove dopo l'ultima novela porti a spasso il cane. Ma stavolta solo l'incedere del ritmo ricorda Ivete: dai balconi di Leblon , il quartiere 'in' di Rio de Janeiro, si sente un coro intonato provenire dalla Gavea: 'Dinheiro,
quero o meu dinheiro!'.
E alla Gavea, almeno per noi, c'è un solo indirizzo utile: la placca sulla porta dice Club de Regata Flamengo. Il Fla, la squadra più cara al Brasile, sta vivendo una crisi finanziaria senza precedenti. Dallo spogliatoio del campo di allenamento i giocatori provano a sdrammatizzare rileggendo la hit 'Poeira' della Sangalo ('uno scherzo' dirà poi il capitano Felipe) ma Zinho, prima di attraversare i viali alberati che circondano il bell'impianto dove si allena il Fla, rinuncia per sempre alla carriera di diplomatico: ''I più giovani della squadra fanno fatica a pagare la benzina dell'auto, ormai sono mesi che non si vede un real''. ''La crisi della società non ci toglie gli stimoli sul campo'', dice il difensore centrale Fabiano Eller, uno dei più positivi in questo inizio di stagione. Intanto, però, il Flamengo è quartultimo in classifica e finisse oggi il Brasilerão scivolerebbe in serie B. Non può muoversi sul mercato calciatori, e addirittura pare ci siano giocatori che hanno preferito la serie B ( e soldi sicuri) all'ingaggio nel Mengo. Una perdita di prestigio quasi uguale alla scelta di trasferirsi a giocare in periferia (nel piccolo campo di Volta Redonda) perché il Maracanã è troppo caro per le gare di campionato. Soldi freschi non ne arrivano, il contributo dello sponsor, la mitica Petrobras, viene intercettato alla fonte dal Fisco per la marea di debiti arretrati del club verso lo Stato. La situazione è totalmente sfuggita di controllo, tanto che il presidente, Marcio Braga, uno che ha portato sul tetto del mondo il Fla di Zico, Júnior, Leandro e compagnia ed è ora tornato al timone del club, ormai a corto di idee, si è seduto al tavolo e ha scritto una lettera al presidente Lula implorando un intervento che salvi la società più amata dai brasiliani. Ormai siamo al 'Fateci un favore, chiudete un occhio', un po' troppo.
Diventa poco credibile, in tale contesto, ricordare che nella quasi totalità del panorama brasiliano, i dirigenti e in genere tutti gli addetti che lavorano per il club lo fanno gratuitamente o con un semplice rimborso, dal presidente in giù. Andare alla ricerca dei motivi della sconfinata fossa di debiti è inutile. ''Alcuni presidenti hanno fatto vivere il club al di sopra delle proprie possibilità e ora siamo in piena crisi, si dice così in italiano, no?''. Júnior è ora il responsabile del Fla-futebol, il settore sportivo del club, se vogliamo rispettare anche linguisticamente il nuovo organigramma della società, che continua a subire revisioni, nella perenne, e impossibile, ricerca della formula perfetta che possa fare sparire il colore rosso dal Profitti e Perdite . Il suo italiano è sempre perfetto (c'è di mezzo una fermata annuale in riva all'Adriatico), la sua gentilezza rimane inarrivabile quando ci riceve, senza appuntamento, nel suo ufficio: riesce anche nella non facile impresa di sopportare la nostra entrèe: ''Non sai quanto amavo il tuo ex compagno pescarese Sliskovic...''. Sorvoliamo sul commento circa l'etica lavorativa del bosniaco: diciamo non calvinista, Júnior però mi ricorda che la sua pronuncia della doppia zeta non si è persa nelle aspirate lettere
portoghesi. ''Scusa, torno tra un minuto''.
Sopra la rivedibile segretaria (oversize e silente; a Rio? Ma dai...), all'entrata degli uffici del Flamengo, c'è una significativa foto di un Júnior già grigio nei capelli, divisa rubronegra d'ordinanza e pallone sotto il piede destro, davanti a un plotone di ragazzini che lo guardano ammirati: sono i campioncini fatti in casa, da Bebeto in giù, che ora il Fla ricerca come l'aria per respirare. Il caffè è, come sempre, bollente e troppo zuccherato, ma l'uomo a fianco della muta segretaria ce lo offre con un dolcetto: ovviamente, alla prima inzuppata ritorna Júnior e noi lo seguiamo col biscotto gocciolante. Fortunatamente, a uno come l´ex Pescara e Torino non interessa la parte del manager snob da camicia orribile e relativo colletto alto, così, insieme alla pazienza, ci regala quarantacinque minuti serrati di calcio: averne di professori così... Quando arriviamo alla situazione economica del club, scende la prima lacrima di sudore sulla sua fronte. Júnior non è un contabile, ma la figura del fesso non l'ha fatta nemmeno a quarant'anni in campo davanti a uno sbarbato col triplo della sua energia e forza. Le parole di rassicurazione rivolte ai giocatori, pur nell'illustrazione della crisi generale del club, sono uscite dalla sua bocca e i fatti le hanno disattese. E' così, ma Júnior non ce lo dice, anche perché i tenenti non devono parlare mai male dei colonnelli. Fortuna che in questo Paese la storia, era la fine degli anni Venti, è andata diversamente, e i primi ufficiali hanno fatto le scarpe ai superiori. Magari si ripete anche qui. Più potere nella gestione reclama Júnior nelle tavole rotonde dei piani alti, lavoriamo per razionalizzare le risorse e chiarire le responsabilità, dice a noi.
Qualche risorsa arriva proprio dalle quattro linee del campo: i soldi racimolati per la semifinale di Copa do Brasil stanno facendo davvero comodo e il sogno di alzare la coppa si mescola a quello di partecipare alla prossima Libertadores che regala introiti televisivi davvero importanti. L'altra via è quella della cessione di giocatori, specie in Europa: le richieste ci sono (il centrocampista Ibson, il portiere Julio César, ad esempio), ma la mancanza di un crack mediatico vero, alla Kaká, limita le potenzialità dei ricavi. E le incredibili potenzialità dello sfruttamento del marchio Flamengo? Insondate. La metà dei tifosi dello Stato di Rio è flamenguista ( e qui ci sono 'times' come Vasco, Fluminense e Botafogo), un quinto dei supporter brasiliani è rubronegro doente (malato), il Mengo è tra le dieci squadre più riconoscibili al mondo. Sono anche questi numeri che fanno arrabbiare Júnior e che indubbiamente limitano il suo lavoro che tra i prodigi di quest'anno registra anche una vittoria del campionato carioca a marzo. Ma i miracoli non si ripetono, e le squadre di Rio non si incontrano ogni domenica. Mi faccio tutta Dias Ferreira, mi siedo in una delle bellissime librerie, leggo Rubem Fonseca e scelgo una torta al cioccolato, poi, andando verso il mare, incontro la mia garota di Ipanema: ''Fala sério, Carlinhos: non ti piace Ivete e non sei flamenguista?''. Oh, proprio tutto, il Brasile, non l'ho capito...
Carlo Pizzigoni
carlo.pizzigoni@fastwebnet.it
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