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News

Joe il traghettatore
di Stefano Olivari
> 29/9/2006


Venerdì 29 settembre 2006

Il candidato naturale alla successione di Ramsey sembrò fin da subito Don Revie, guida di un Leeds indimenticabile, ma la stagione sportiva era a metà e così si scelse un traghettatore che non fosse legato ad un club di primo piano. Termine tremendo, traghettatore, ma non ce n'è venuto in mente un altro. Joe Mercer: un nome che forse non è entrato nella storia del calcio mondiale ma che di sicuro all'epoca era quello di un sessantenne stimato da tutti, più per il suo passato da giocatore che per il suo presente. Centrocampista di sinistra dal tackle duro, era stato ingaggiato giovanissimo dall'Everton, con cui prima della Seconda Guerra Mondiale aveva fatto in tempo a vincere un campionato (1938-39) e a conquistare anche la maglia della nazionale inglese. A 25 anni la sua carriera era stata spezzata dagli eventi, vissuti non esattamente in prima linea: da teorico sergente maggiore dell'esercito era stato uno dei principali animatori dell'attività calcistica durante la guerra disputando 26 partite con la nazionale, molte delle quali come capitano. Dopo decine di milioni di morti si era ripreso a vivere e a giocare a pieno ritmo, ma l'ormai trentaduenne Mercer nel 1946 era entrato nel mirino dell'allenatore dell'Everton, Theo Kelly, che in sostanza lo accusava di essere un malato immaginario. Non entriamo nel dettaglio della vicenda, che abbiamo letto sui vari siti di storia evertoniana: di sicuro Kelly, che prima di diventare allenatore era stato segretario della società, era più ferrato nell'amministrazione che nelle cose di campo e nei rapporti umani (la leggenda assoluta, Dixie Dean, lasciò la squadra nel 1937 proprio per screzi avuti con lui). Tornando a Mercer possiamo dire che era sì malato ma non immaginario. Tanto che dovette pagarsi da solo, con i pochi risparmi, l'operazione alla cartilagine del ginocchio che lo rimise in grado di giocare. Non più per l'Everton, ma per l'Arsenal, al quale Kelly lo aveva ceduto per novemila sterline dopo avergli fatto trovare l'armadietto già svuotato (la leggenda narra che gli avesse consegnato le scarpe personalmente). Ma Mercer non era finito: diventò presto capitano della nuova squadra, trascinando i suoi a due vittorie in campionato ed a una in FA Cup, ritirandosi solo a quarant'anni e solo dopo un altro grave infortunio.

Era diventato quasi subito allenatore, sostituendo Reg Freeman sulla panchina dello Sheffield United, complice il fatto che Freeman fosse appena morto. Inizio poco luminoso, subito retrocessione e poi onesto tran tran in Second Division, prima di approdare all'Aston Villa e lavorare benissimo sui giovani, vincendo anche la prima coppa di Lega ma trovando anche la seconda retrocessione. Fra un problema di salute e l'altro, il meglio della sua carriera da allenatore lo aveva comunque dato al Manchester City, dal 1965 al 1972. A Maine Road aveva vinto la Second Division, il campionato, la FA Cup, un'altra coppa di Lega e la Coppa delle Coppe nel 1970. Nel 1972 l'approdo al Coventry City, con risultati di pubblico e critica senza infamia e senza lode. Insomma, una gloria non tanto vecchia ma nemmeno ambiziosa: l'ideale per far passare una primavera tranquilla ed un Mondiale da spettatori delle prodezze di altri. Rispettato dalla stampa, Mercer sapeva di avere una scadenza ed ovviò al problema in qualche modo, da gestore dello svacco di un ambiente che ancora aspettava di voltare pagina. Il famoso incidente di Belgrado, con Keegan trattenuto dai poliziotti jugoslavi, ed altri episodi da comitiva in gita con Ramsey non sarebbero di sicuro mai accaduti, ma nemmeno Ramsey se fosse stato un allenatore 'balneare' avrebbe avuto lo stesso carisma. Le sette partite di Mercer sono rimaste comunque nella statistica: dopo il rientro nei ranghi fece per qualche anno il dirigente sempre al Coventry City e poi si ritirò a vita privata (è morto nel 1990).

Revie doveva essere e Revie fu, secondo il volere dei media ma anche degli addetti ai lavori. Primo fra tutti Ted Croker, segretario della Football Association: ex pilota della Raf ed ex giocatore del Charlton, nonché ideatore del Charity (ora Community) Shield, Croker si era messo in testa che la nazionale dovesse essere gestita come un club. Cose che capitano in tutti posti del mondo, prima o poi. E scelse quindi il miglior allenatore di club sulla piazza, che con il Leeds aveva vinto quasi tutto: arrivato come player manager nel 1962, aveva guidato i suoi alla promozione e ad un immediato secondo posto in First Division, con tanto di FA Cup. Poi in pochi anni due titoli (e cinque secondi posti), una coppa di Lega, due Coppe delle Fiere, una finale di Coppa Coppe ed una semifinale di Coppa Campioni. Dodici anni intensi, con giocatori che hanno lasciato una traccia. In ordine sparso: Bobby Collins, il già citato Norman Hunter, Gary Sprake, Billy Bremner, Peter Lorimer, Allan Clarke. Ci sforziamo di non aprire parentesi che ogni personaggio meriterebbe, ma va spiegato perché la scelta di Revie fosse così scontata nonostante al Manchester United fosse ancora attivo Matt Busby, sia pure solo come dirigente, e sulla panchina del Liverpool ci fosse ancora Bill Shankly. La spiegazione è semplice: Busby e Shankly erano scozzesi, nel 1974 l'essere inglesi era ancora un requisito fondamentale per guidare i Leoni. L'esordio di Revie fu simile a quello di tanti neo-commissari tecnici: un megaraduno, nel suo caso di 40 elementi. Davanti a nazionali vecchi e nuovi, Revie parlò dell'importanza di vestire quella maglia, delle sue idee tattiche e addirittura si avventurò in un terreno fino ad allora inesplorato: i premi. Ai giocatori spiegò che grandi successi con la nazionale avrebbero portato grandi guadagni a tutti, sia direttamente che attraverso sponsorizzazioni e altre situazioni. La pagina era stata davvero voltata. (5-continua)

Stefano Olivari
stefano@indiscreto.it

(in esclusiva per Indiscreto)

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