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News

I dolori del giovane Roberto
di Stefano Olivari
> 7/9/2006


Giovedì 7 settembre 2006

Fra le varie cose che Guido Rossi in questi mesi avrebbe potuto risparmiarsi c'è di sicuro il colloquio marino con Marcello Lippi, con la mezza proposta del posto di direttore tecnico di tutte le squadre nazionali. Un ruolo che in passato fu occupato da Enzo Bearzot dopo l'esonero post Mondiale 1986, anche se in pochi ricordano che la carica del Vecio era figlia di un prolungamento quadriennale già firmato ed in ogni caso poco più che onorifica: la nazionale maggiore era saldamente in mano ad Azeglio Vicini, che vi aveva trasferito tutta la sua Under 21 bella e sfortunata, appena battuta in finale ai rigori dalla Spagna di Luis Suarez, anche lui poi sulla panchina maggiore ad Italia Novanta: Vialli, De Napoli, Ferri, Giannini, Mancini, Zenga (che aveva giocato da fuori quota, come Matteoli) e ovviamente Roberto Donadoni. Nel primo biennio della sua esperienza dirigenziale, chiamiamola così, Bearzot si limitò a qualche viaggio in Germania, dove si sarebbe giocato l'Europeo 1988, ma il suo ruolo ruolo restò indefinito ed indefinibile. Bruttissimo segno, quando iniziano a definirti 'ambasciatore' o a farti le standing ovation nelle pizzerie...Ruolo indefinito, abbiamo detto, fino a diventare impalpabile nell'avvicinamento ad Italia Novanta: merito anche dell'educazione e della classe dell'uomo Bearzot, che mai avrebbe voluto fare ombra o mettere in difficoltà Vicini, non proprio un suo amicone ma pur sempre una persona onesta e un collega di purissima estrazione federale. Tutta questa pappardella pseudostorica per dire che l'ipotetico Lippi superdirettore non ritornerebbe in Figc per fare il pupazzo né tantomeno l'ambasciatore o il consigliere: la risposta del c.t. campione del mondo è stata un silenzio stretto parente del no, ma il fatto stesso che Rossi abbia pensato ad una eventualità del genere significa che Donadoni è stato delegittimato in partenza. Per certi versi una morattata, tanto per citare un mondo che il commissario ha conosciuto bene (al pari del suo nemico Della Valle). Avere in panchina Lippi avrebbe significato possedere il parafulmine perfetto per qualsiasi tipo di fallimento, non solo sportivo, e per la transizione verso una generazione di giocatori di livello preoccupante. Insomma, il pareggio con la Lituania e la sconfitta con la Francia non sono state certo colpa dell'ombra di Lippi, ma di sicuro da adesso in poi il cammino della Nazionale diventa difficilissimo. Poi possiamo anche parlare delle situazioni contingenti, dai gol nati da un fuorigioco (enorme quello di Gallas) ai mezzi rigori negati, ma nell'arco di dodici partite di qualificazione, con due posti al sole, questi discorsi contano poco. Quanto a Donadoni, quando gli è stata fatta la proposta non era nelle condizioni di dire no, ma di sicuro è lui il primo ad essere consapevole che anche un misto di Rinus Michels, Ernst Happel e Vittorio Pozzo farebbe peggio di un allenatore campione del mondo, succedendogli immediatamente dopo la conquista del titolo. Senza addentrarci in psicologismi da treno, va anche detto che Donadoni si ritrova gli stessi problemi tecnici di Lippi, con l'aggravante di averli con giocatori appagati piuttosto che convinti e motivati da un presunto accerchiamento mediatico. Infatti, come è noto, sono stati i giornalisti a giocare milioni di euro alle scommesse, a minacciare arbitri, a bloccare carriere e a condizionare gli avversari con ricatti di ogni tipo. Il problema numero uno è l'attacco: la vera bravura di Lippi è stata in Germania quella di gestire sei mezzi giocatori per tirarne fuori tre veri, a rotazione, in ogni partita. Totti convalescente, Del Piero virtuale, Toni nervoso, Inzaghi incompreso, Gilardino imbolsito e Iaquinta lontano dalla porta: situazioni che hanno reso ancora più grandi le gesta di Pirlo, Gattuso, Perrotta, Grosso, Cannavaro, Zambrotta, Materazzi e Buffon e la capacità di Lippi di gestire un gruppo che la sua fortuna, nel calcio sempre necessaria, se l'è guadagnata sul campo. Dalle situazioni delle singole partite al tabellone, con gli avversari più caldi che si eliminavano fra di loro (non abbiamo ancora capito come abbia fatto ad uscire l'Argentina). Insomma, anche senza crolli era evidente che un piccolo calo di testa avrebbe portato dritti verso una qualificazione difficile. Per questo Donadoni non va linciato, anche se ha colpe che un c.t. può far dimenticare solo diventando campione del mondo: ha la targa di un club (Milan), viene da un esonero (Livorno), per i canoni italiani del posto fisso e degli scatti di anzianità è un 'giovane' (ha 43 anni, pensate...), è associato a Sacchi anche se se non è un sacchiano osservante (il suo ex allenatore lo ha parzialmente scaricato, ma sulla Gazzetta di oggi abbiamo letto una parziale retromarcia), è 'troppo giocatore', stessa accusa mossa a Klinsmann, e quindi troppo propenso a dare retta alle richiesta più assurde dei suoi presunti sottoposti. Se Domenech giustamente (perché la legge Fifa è dalla sua parte) costringe Makelele a non marcare visita, non si capisce perché Donadoni non possa fare altrettanto non con un gregario ma con il miglior attaccante italiano. Gli interessi della Roma li dovrebbe curare Rosella Sensi, non l'allenatore della Nazionale...Insomma, sentiamo in giro aria di linciaggio, di un uomo di alto livello ma organico a nessun mondo in particolare (ha idee di destra, tendenza Forza Italia, ma è stato scelto da una politica sportiva di centro-sinistra, mentre per il futuro milanista Berlusconi ha nel cuore Van Basten) e che ha l'unica colpa di dover gestire il declino di una generazione dietro la quale c'è poco, anche se non pochissimo: a livelli alti gli under 21 con margine ci sembrano solo Andreolli (potrebbe essere anche l'anno di Coda e Marco Motta, se l'Udinese torna a fare l'Udinese), Rosina e forse Rossi. Ecco, una differenza con il 1982 l'abbiamo trovata: nessuna gratitudine, Donadoni deve andare avanti con chi già più o meno c'è o con qualche incompreso di provincia, aspettando il rientro del trentatreenne Materazzi o del trentenne Nesta. Intanto 'Grazie Marcello' è tranquillo in barca. E gli conviene rimanerci...

Stefano Olivari
(in esclusiva per Indiscreto)

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