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News |
Il calendario di Franchi di Stefano Olivari > 21/10/2006
Sabato 21 ottobre 2006
Le insicurezze di Revie si tradussero presto in incertezze per quanto riguarda la formazione da schierare nella partita decisiva. In sintesi, solo cinque giocatori (Clemence, Keegan, Brooking, Channon e Greenhoff) fra i titolari della partita con la Finlandia furono schierati dal primo minuto all'Olimpico: un segnale di paura che non fu l'unica causa della sconfitta ma che di sicuro la aiutò. I giornali inglesi parlarono di Italia con l'obiettivo dello zero a zero, ma Bearzot li smentì schierando la squadra forse più spregiudicata della sua gestione, con Zoff in porta, tre difensori veri (Gentile, Facchetti e Cuccureddu), Benetti e Tardelli a conquistare palloni, Causio, Capello e Antognoni a giocarli, Graziani e Bettega di punta. Di certo si vide poco spettacolo e tanto terrore di perdere il Mondiale per quasi tutto il primo tempo, fino a quando una punizione di Antognoni, con deviazione di Keegan, sorprese Clemence. Nemmeno il discorsetto dell'intervallo riuscì a scuotere un'Inghilterra bloccata ma in teoria con parecchio talento a disposizione: Revie aveva puntato su Stan Bowles (foto), stella del QPR, uno dei tanti finti maledetti del calcio britannico anni Settanta (con lo scontato sbocco: autobiografia pecoreccia e ruolo da commentatore tivù), ma la scommessa si rivelò perdente. Di quella partita ricordiamo tanti falletti fifty fifty con l'arbitro casalingo (era l'israeliano Klein, un fedelissimo di Artemio Franchi: gli azzurri lo avrebbero ritrovato nel 1982 al Sarrià contro il Brasile, nella partita della nostra vita ma anche della maglietta strappata di Zico), ma non particolamente scandaloso. L'Italia raddoppiò con Bettega, concedendo poi pochissimo.
La situazione si fece pesante, con i principali quotidiani che subito invitarono Revie a dimettersi. Un'amichevole persa a Wembley contro una delle ultime versioni con Cruijff della grande Olanda (doppietta di Jan Peters) portò le polemiche oltre il livello della tollerabilità, e nemmeno il cinque a zero con il Lussemburgo (primo gol in nazionale di Trevor Francis) riuscì a far pensare positivo l'ambiente. Nella prima partita dell'Home International Championship (in sostanza un quadrangolare con Scozia, Galles e Irlanda del Nord) del 1977 la nazionale di Revie mandò qualche buon segnale a Belfast, vincendo in rimonta, perdendo però poi a Wembley con il Galles e con l'indimenticabile Scozia di Kenny Dalglish e Joe Jordan. La squadra partì quasi subito per il Sudamerica, dove l'8 giugno avrebbe dovuto incontrare il Brasile, per poi recarsi in Argentina e Uruguay. Proprio l'8 giugno, battendo tre a zero la Finlandia ad Helsinki, l'Italia fece un passo decisivo verso il Mondiale. A questo punto, la classifica del girone diceva: prima Italia con sei punti in tre partite (nove gol fatti e uno subito), seconda Inghilterra con sei punti in quattro partite (11 gol fatti e quattro subiti). Da ricordare che la differenza reti sarebbe stata fondamentale in caso di arrivo a pari punti. Per concludere mancava una partita dell'Inghilterra in Lussemburgo e poi le ultime tre dell'Italia, fra le quali lo scontro diretto a Wembley. Non è necessario avere gli occhi di oggi per considerare assurdo e troppo sbilanciato in favore degli azzurri quel calendario, figlio probabilmente del fatto che Franchi fosse componente dell'esecutivo Fifa e presidente dell'Uefa. Ipotizzando di vincere lo scontro diretto e sapendo che il Lussemburgo era il Lussemburgo per entrambe, in chiave differenza reti era evidente che la partita decisiva sarebbe stata quella in casa dell'Italia contro la Finlandia. Ma al di là della scontatezza dei discorsi a posteriori, visto che a posteriori tutti hanno capito tutto, bisogna ancora sottolineare come un calendario più equilibrato avrebbe distribuito meglio la pressione sulle due favorite del girone. Senza con questo nulla togliere alla nazionale-Juventus di Bearzot, che si giocò alla grandissima le sue carte.
Calcoli che in federazione si facevano, ma dai quali Revie (foto) non fu toccato più di tanto. Infatti, soprendendo tutti, non seguì subito la squadra, tanto che in panchina contro il Brasile dovette andare Les Cocker. Sì, è vero, Revie era ad Helsinki per Finlandia-Italia, ma soprattutto aveva bisogno di qualche giorno di più a Londra per approfondire le trattative con gli emissari degli Emirati Arabi Uniti, che gli avevano offerto il posto di c.t. per una cifra spropositata. Offerta arrivata al momento giusto, considerando la brutta aria che tirava per lui. A Buenos Aires e Montevideo Revie fece atto di presenza, per salvare la faccia, con la FA che non sapeva più come comportarsi. Quando però in luglio iniziarono a circolare sui giornali le voci di questa trattativa mediorientale di Revie, dall'imbarazzo allo scandalo il passo fu breve. In tutta fretta fu contattato Ron Greenwood, tredici anni di panchina al West Ham con discreti risultati (una Coppa Coppe ed una FA Cup), diversi campioni lanciati (Bobby Moore, Martin Peters, Geoff Hurst, Trevor Brooking) e una fama di persona non geniale ma di sicuro seria. Greenwood (già ne abbiamo scritto) ormai al West Ham aveva ruoli quasi solo dirigenziali mentre la squadra era diretta da John Lyall. Con entusiasmo rispose di sì, dopo aver chiesto garanzie per il futuro: cioè di lavorare in prospettiva 1982. Le ottenne, e da lì alla cacciata di Revie non passò molto tempo. Per il Mondiale argentino sarebbe stata dura, ma la soluzione improvvisata, Greenwood, si sarebbe rivelata migliore dell'uomo fortemente voluto, Revie. Che poi ad allenare gli Emirati Arabi Uniti ci andò davvero, fra una battaglia legale e l'altra con la federazione inglese. Dopo un'esperienza anche in Egitto tornò in patria con una fama in generale non simpatica. anche se i tifosi del Leeds continuarono ad adorarlo. E' morto nel 1989, per una grave malattia, a 62 anni. E' stato di sicuro uno dei più grandi manager della storia del calcio inglese, ma in nazionale non lo ha dimostrato: per cultura, necessità di verifiche quasi quotidiane del lavoro (tratto comune in molti allenatori partiti come player-manager) ed atteggiamento verso i giocatori era proprio uno da club. Dopo il suo esonero l'Inghilterra cercò di dimenticarlo ma non ci riuscì: non era andata bene, ma nessuno aveva tradito nessuno.
Stefano Olivari
stefano@indiscreto.it
(in esclusiva per Indiscreto)
La sesta puntata sulla storia anni Settanta della Nazionale inglese
MONDIALE
STEFANO OLIVARI SU INDISCRETO
© by indiscreto.it
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