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News

La partita in cui nacque Tomaszewski
di Stefano Olivari
> 22/9/2006


Venerdì 22 settembre 2006

Avvicinandosi alla sfida decisiva con la Polonia Ramsey si sforzò di vedere buoni auspici in ogni piccolo evento, seminando ottimismo presso amici e collaboratori. In effetti l'infortunio di Lubanski aveva privato la Polonia del suo migliore contropiedista, e per la prima volta dopo tanti anni la stampa sembrava compatta nel creare un clima di entusiasmo sciovinistico, un clima che mancava dal Mondiale 1966. Alla vigilia Ramsey fece fuori senza tanti complimenti un Bobby Moore in netto declino e ancora una volta dimenticò i due emergenti, per la verità già emersi, del Liverpool: Clemence (ma tanto c'era Shilton) e soprattutto Kevin Keegan. Della squadra che si stava per raggiungere il livello di Ajax e Bayern l'unico in campo era Emlyn Hughes, ma in un contesto mediatico di unanimismo non ci furono comunque polemiche sulla formazione. In pochi fra i centomila di Wembley, e fra i moltissimi di più che avrebbero voluto esserci, avrebbero scommesso sulla qualificazione della Polonia. Però quei pochi avrebbero vinto, grazie ad una delle più grandi prestazioni mai viste da parte di un portiere, riducendo la storia del calcio all'era televisiva. Quel 17 ottobre 1973 fu il giorno di Jan Tomaszewski, il venticinquenne portiere dell'LSK Lodz (anni più tardi lo si sarebbe visto in Belgio, nel Beerschot, ed in Spagna all'Hercules) che in quella partita costruì buona parte del suo mito: la parte rimanente fu merito delle prestazioni al Mondiale 1974, con due rigori parati (allo svedese Tapper ed a Uli Hoeness) e prodezze sparse qua e là contribuendo fattivamente al terzo posto finale. Chi fra i nati negli anni Sessanta durante i suoi turni in porta non si è almeno sentito una volta dire 'E chi sei? Tomaszewski?' non può dire di essere nato negli anni Sessanta. Forse era il nome che suonava bene...

L'Inghilterra partì forte, ma non a testa bassa, costruendo con la forza del gioco un'occasione dopo l'altra: tiri fuori di un centimetro, mischie paurose, ma soprattutto parate. Rapportando tutto all'Italia, quelle di 'Tomek' potremmo definirle parate alla Garella senza offendere nessuno. Con qualsiasi parte del corpo Tomaszewski si oppose agli attacchi inglesi: autentici miracoli su un rasoterra di Bell, un colpo di testa a colpo (quasi) sicuro di Clarke e il più incredibile di tutti su un cannonata di destro di Mick Channon, con l'attaccante del Southampton (adesso bravissimo allenatore di cavalli: ha gestito anche quelli famosi di Alex Ferguson...) che guardò disperato Ramsey. Nel calcio le statistiche contano ancora meno che nella vita reale, ma alla fine di quel primo tempo a Wembley il conteggio delle occasioni da gol dava l'Inghilterra avanti per quindici a uno. Negli spogliatoi Ramsey si limitò a poche parole: ''Giocate come state facendo, il gol arriverà di sicuro''. Sbeffeggiarlo a posteriori è facile, ma se il calcio avesse una logica Ramsey avrebbe avuto perfettamente ragione. Il calcio invece fu dalla parte di Lato, che al 10' del secondo tempo partì alla sua maniera da metà campo, andando via ad Hunter e puntando l'area: McFarland uscì in aiuto e Lato vide perfettamente la sovrapposizione sulla destra di Jan Domarski, servendolo con precisione. Diagonale pronto ma non irresistibile, che passò sotto le gambe di Hughes e sembrò prendibile da Shilton. Che però non lo prese...A questo punto l'Inghilterra si gettò all'assalto senza più ragionare e l'occasione arrivò quasi subito: fallo su Peters e rigore fischiato da Loraux. In mezzo ad una tensione altissima Clarke rimise la partita in parità: 25 minuti alla fine e solo un gol per andare in Germania. Tomaszewski riprese a parare tutto, Moore iniziò a scaldarsi ed a corricchiare vicino alla panchina senza che Ramsey gli avesse detto niente. Il pallone era sempre nella tre quarti polacca, con il centrocampo di Gorski disintegrato, e quasi alla fine fu buttato dentro Kevin Hector al posto di Chivers. Ultimo minuto, ventitreesimo corner per l'Inghilterra, Hector salta più in alto di tutti, la palla finisce a Clarke che a porta vuota mette incredibilmente fuori. Tomaszewski qui non c'entra, è il dio del calcio che vuole che la Polonia vada avanti.

L'era Ramsey si chiuse qui, bisognava solo comunicarlo a sir Alf. La FA tergiversò, tanto che un mese dopo, sempre a Wembley, in panchina per l'amichevole con l'Italia c'era ancora l'uomo che nessuno trovava il coraggio di licenziare anche perché grandi colpe non ne aveva. Ramsey per l'occasione mise in campo quasi la stessa formazione anti-Polonia, riciclando Moore e dando una chance a Peter Osgood: una partita memorabile più per il gol vittoria di Fabio Capello nel finale che per la sua qualità. Ma in quasi tutto il mondo, con varie gradazioni di beceraggine, regna la cultura del 'siamo una squadra fortissimi' e del 'po po po': l'autoflagellazione è un genere giornalistico che ha stancato. Nell'aprile del 1974, dopo uno zero a zero in Portogallo, la FA convocò Ramsey ed un componente del comitato esecutivo, con lui seduto davanti, gli lesse un comunicato in cui timidamente si diceva che era 'unanimous remmendation that Sir Alfred Ramsey should be replaced as England team manager'. Insomma, un esonero senza il coraggio di chiamarlo con il suo nome. Più per rispetto che per paura, perché sir Alf non era legato ad alcun carro. Dopo aver salutato i dirigenti della federazione, senza che nessuno avesse il coraggio di guardarlo in faccia, Ramsey telefonò alla moglie e poi fece la strada solita: da Lancaster Gate alla stazione di Liverpool Street, per poi prendere il treno verso Ipswich. Alla stazione incontrò del tutto casualmente Ted Phillips, vecchio campione del suo straordinario Ipswich Town. Gli offrì da bere, ma non ebbe la forza di dirgli cos'era appena successo. Tornò a casa, con onore. Ormai considerava l'Inghilterra più della sua vita, le successive esperienze da consigliere al Birmingham City e al Panathinaikos non gli avrebbero dato nemmeno l'uno per cento dei brividi provati a Wembley. Quanto alla nazionale inglese, sostituire degnamente Ramsey si sarebbe rivelato addirittura più difficile che licenziarlo. (4-continua)

Stefano Olivari
stefano@indiscreto.it

(in esclusiva per Indiscreto)

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