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News

Un caso umano
di Stefano Olivari
> 12/9/2006


Martedì 12 settembre 2006

Luciano Moggi non è tornato, per la semplice ragione che non se ne è mai andato. Il suo quasi-monologo a ‘Quelli che’ e l’intervento un po’ più movimentato di ieri sera ad Antenna Tre, sia pure in un contesto con prevalenza di amiconi, hanno scandalizzato solo chi pensa che l’ex direttore sportivo prima generale poi della Juventus dal 1994 al 2006 (ma gli arbitri sono stati condizionati ed intimiditi solo nel 2004-2005: se si rispetta la giustizia sportiva bisogna rispettare anche questo aspetto della questione, visto che la giustizia è per sua natura sempre parziale), sia il demonio inserito in un ambiente sano ed eticamente irreprensibile. Un demonio senza diritto all’autodifesa, ovvio. Siccome in genere parliamo di calcio, ci ritroviamo spesso a parlare di Moggi: ma allargando lo sguardo, non si può non notare che audience e tirature vengono alzate da criminali patentati, da sospetti infanticidi, da mostri degni della sedia elettrica spacciati per casi umani. Come ci si può indignare per Moggi in tivù dopo aver visto per anni, su ogni canale, essere trattato come un maestro di pensiero un uomo condannato (dopo otto processi, la giustizia sommaria è un’altra cosa) a ventidue anni di carcere per l’omicidio di un commissario di polizia? Chi accetta le moraline di Sofri, spesso in chiave garantista-previtiana, e quindi stiamo parlando di tutti, non può chiedere il linciaggio o anche solo l’oscuramento mediatico di Moggi. A meno che non sia per antipatia nei confronti della Ventura, con l’immancabile Ordine del Lazio che ha osservato che la conduttrice non è iscritta all’albo dei giornalisti. Il problema non è quindi che la Ventura abbia fatto domande-assist o che si sia zerbinata, ma che non è giornalista. Ci viene in mente che quasi tutti i partecipanti al Processo di Biscardi erano (e sono, ieri sera su Italia Sette è partita la nuova versione) iscritti al mitico albo: infatti lì le inchieste su Moggi non si contavano…

Fin qui sembrerebbe l’articoletto di uno dei tanti amici di Lucianone, così come viene chiamato dai mille uomini di calcio sudaticci che lo idolatrano: in realtà penosi mendicanti di favori, dal biglietto omaggio per Juve-Reggina alla raccomandazione per far assumere a tempo indeterminato il figlio giornalista dalla pay-tv, passando per la maglia firmata o quel calciatore che avrebbe bisogno di una lezione per interposta persona. Tutte cose rese pubbliche dalle vituperate intercettazioni, che hanno avuto il grande difetto di riguardare una stagione sola e di fatto una squadra sola, con le altre condannate solo in quanto chieditrici di favore a Lucianone ed ai suoi compari, da Mazzini in giù. Quello che vogliamo dire è che il dibattito sul Moggi mediatico è senza senso, mentre troviamo molto peggiore il fatto che il Moggi reale sia ancora presente in tutto il calcio italiano. Pieno di squadre della vitalissima Lucianone League (Ascoli, Reggina, Messina, Livorno, Siena, Udinese, Chievo), decine di giocatori gestiti dagli amici degli amici, società che non possono attaccarlo perché lui sa o perché a suo tempo si è messo a disposizione (Milan o Inter, tanto per citare due nomi di secondo piano, ma anche Fiorentina e Roma), per non parlare della Juventus, con gli Agnelli-Elkann che fra un polsino e l’altro lo hanno ridicolmente licenziato come se per oltre un decennio avesse truffato i suoi datori da lavoro o questi l’avessero a suo tempo assunto in quanto esempio di limpidezza e di decoubertinismo.

Insomma, il Moggi reale è molto più vivo di quello televisivo, anche se gli amici del secondo sono utili a ricordare il potere del primo. Basato, bisogna ricordarlo ai Mastella di questo mondo (che peraltro lo sanno benissimo), su scambi di favori, minacce allo stato più o meno latente, intimidazioni, carriere stroncate perché appena sotto al rango dei fuoriclasse (calciatori, arbitri, allenatori o giornalisti che siano) un cretino vale l’altro, ricatti, consigli ai giocatori controllati militanti in teoriche avversarie. Al di là delle battute e dei santini, la realtà era questa. Tutti comportamenti a volte, ma solo a volte, funzionali agli interessi della squadra che lo pagava, che prima del suo arrivo veniva da otto anni ‘interisti’, di tante belle campagne acquisti e poche vittorie, ma più spesso funzionali solo al mantenimento di questa rete di protezione contro tutto e contro tutti. Una rete che avrebbe dovuto preparare un finale di carriera da padroncino in una realtà amata, anche se per motivi diversi gli sono saltati sia il piano A (Napoli) che il piano B (Roma), lasciando il nostro nel girone dei trafficoni di provincia, costretto a rispondere alle telefonate di gente che è lui il primo a disprezzare. Al mondo c’è comunque di peggio che fare il mediatore: il ‘simpatico’ Moggi è sempre qui, gli scroccatori di cene che gli riferiscono tutto sono sempre nelle redazioni (del resto la parte giornalistica di Calciopoli ha dimostrato che non si può licenziare nemmeno chi rivela in anticipo il contenuto degli articoli di un collega), le logiche che sovrintendono al calciomercato sono sempre quelle. Moggi non è l’unico colpevole per il marcio del calcio, ma di sicuro lo ha cavalcato benissimo: senza bisogno di pretesti giudiziario-sportivi o penali, un sistema sano dovrebbe ripartire senza di lui. Sparisca dal calcio e poi rimanga pure in televisione, anche se livoroso e incattivito com’è (soprattutto contro la banda degli smile: ma chi la fa l’aspetti…) perde molta della sua famosa simpatia. Comunque fra un caso umano e l’altro non sfigurerà.

Stefano Olivari
stefano@indiscreto.it

(in esclusiva per Indiscreto)

La prima puntata di Media & Mente

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