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News

La bella Derrota di Nilton Santos
di Stefano Olivari
> 25/8/2006


Nilton Santos è stato tante cose, oltre che un fenomeno della difesa del Brasile e del Botafogo. Di sicuro 'Enciclopédia' è stato il miglior laterale difensivo sinistro della storia del calcio, con il fascino dell'antico che lo tiene ancora sopra ai fenomeni dell'era televisiva a colori: Paolo Maldini, Roberto Carlos (che per questo tipo di classifiche hanno l'unico difetto di non essersi ancora ritirati), Brehme, Amoros, Facchetti, Krol versione 1974, Breitner in una delle tante trasformazioni, Junior versione 1982, il Cabrini giovane e pochissimi altri (noi impazzivamo per Demyanenko). Arrivato al Botafogo nel 1948 come attaccante, a 23 anni, fu trasformato in difensore dall'allenatore Zezé Moreira, che sarebbe stato suo commissario tecnico al Mondiale svizzero. Nel corso degli anni avrebbe avuto come compagni di squadra Garrincha, Didì, Zagallo, Amarildo e tanta altra gente rimasta nella memoria anche di chi non l'ha mai vista: quattro campionati di Rio e due Rio-San Paolo vinti, in un'era di semianarchia organizzativa (nonostante non ci fossero ricorsi al Tar di Rio) e di assenza di un vero campionato nazionale. Entrò nel giro della Selecao un anno prima della Derrota del 1950, la partita con l'Uruguay di cui si è detto tutto ed il contrario di tutto, dando vita ad un filone editoriale senz'altro più interessante di quello celebrativo, anche facendo la tara alle dietrologie più assurde ed ai facili linciaggi (Moacyr Barbosa su tutti, con tanto di maledizione del portiere nero). Convocato per il Sudamericano del 1949, che si giocò proprio in Brasile, a Rio e a San Paolo, non ebbe con la nazionale fortuna immediata. Commissario tecnico, ma sarebbe meglio dire padre padrone, di quella nazionale era Flavio Costa. Un grande accentratore e un personaggio carismatico, che era riuscito addirittura nell'impresa di far abolire dalla CBF le commissioni, i consigli ed in generale tutti quegli organi collegiali che all'epoca andavano per la maggiore. A sua disposizione aveva solo un assistente, Vicente Feola (proprio 'quel' Vicente Feola), un massaggiatore (il leggendario Mario Americo) e un medico. La sfortuna volle che Nilton Santos fosse reduce da uno dei pochi infortuni della carriera, una lussazione al braccio. Non era in gran forma ed in ogni caso Flavio Costa non lo vedeva: una sola presenza, nel 5 a 0 alla Colombia, ma la soddisfazione di alzare un trofeo che il Brasile non vinceva dal 1922. Nel 1950 il fenomeno del Botafogo fu di nuovo fra i convocati, sempre con gerarchie chiare e una formazione base che tutto il Brasile sapeva già a memoria: Barbosa-Augusto-Juvenal, Bauer-Danilo-Bigode, Friaca-Zizinho-Ademir-Jair-Chico. Il giovane Nilton avrebbe pututo giocare sia a destra che a sinistra, ma Flavio Costa non gradiva la pressione della stampa e sembrava quasi volesse fargli un dispetto: perché se il capitano Augusto era intoccabile, non altrettanto si poteva dire di Juvenal. Il commissario tecnico in realtà non gradiva nemmeno il suo stile di gioco, tanto che in allenamento lo invitava a picchiare di più: uno dei suoi giocatori preferiti non a caso era Bigode, specialista del carrinho. Nella sua autobiografia 'Minha Bola, Minha Vida' (editore Gryphus, grazie a Franco Rossi), Nilton Santos ricorda velenosamente una delle azioni più famose dela storia del calcio, quella che portò al gol del due a uno di Ghiggia: ''Bigode perse la palla a metà campo e Juvenal non riuscì ad eseguire la copertura, che avrebbe avuto tutto il tempo di fare. Il gol di Ghiggia fu colpa più loro che di Barbosa, che poi fu ingiustamente criminalizzato. La Derrota aveva un nome, Flavio Costa, ma non fu un cosa solo negativa. Infatti se avessimo vinto quel Mondiale il calcio brasiliano non sarebbe stato quello che oggi conosciamo, quello che in ogni ruolo preferisce i giocatori di talento a quelli che eseguono gli ordini e basta''. Ad onore del vero il Brasile risulta che il Brasile di Flavio Costa giocasse un calcio straordinario, stando alla stampa dell'epoca, e quindi alle parole del campione andrebbe fatta la tara del livore. Il secondo Mondiale di Nilton Santos fu quello del 1954, con la battaglia di Berna vinta dalla Grande Ungheria, poi vennero i titoli 1958 e 1962 (a trentasette anni, dopo Zoff il giocatore più vecchio ad aver vinto la Coppa), in piena era Pelé-Garrincha. Ma l'albo d'oro si ricorda meno della sua importanza per il gioco: il primo difensore davvero rubato all'attacco, raramente falloso e sempre propositivo, più preciso nei passaggi di quasi tutti i suoi compagni di squadra (non degli sfigati, come si è visto) e con la fissa del dribbling. In quel gol all'Austria nel 1958 (il primo ed il terzo furono di Altafini, non ancora sostituito da Vavà), per fortuna disponibile in vhs e in digitale, settanta metri palla al piede e tocco preciso, c'era tutto il mondo che amiamo. Lontano dall'interesse e dalla furbizia, ai confini dell'ingenuità: perché se sul piano finanziario Garrincha fu dal Botafogo letteralmente turlupinato, nemmeno il più intelligente Nilton Santos fu trattato benissimo. Ma il calcio sono loro.

Stefano Olivari

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