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News

Il primo dei terzi
di Stefano Olivari
> 11/9/2006


Lunedì 11 settembre 2006

1. Andy Roddick non ha vinto come nel 2003, ma è riuscito ad invertire una tendenza per i non fenomeni pericolosissima: quella di voler essere un campione completo piuttosto che un campione vincente. Chiunque non si chiami Federer e, forse (perché il rischio lo corre anche lui), Nadal, rimane a metà del guado: la cura Connors, al di là della sopravvalutazione mediatica di un mese di consigli (ma siamo tutti vittime del fascino del signor Miyagy della situazione, quando non di quello del vecchio mestierante 'che sa come si gioca in B'), gli è stata utile almeno per questo aspetto. Migliora i tuoi punti di forza, ragazzo, il resto verrà dopo. Con Federer ha fatto partita psicologicamente pari sia nel secondo che nel terzo set, trascinando anche la folla con atteggiamenti da Jimbo ultima maniera, quello che era quasi diventato simpatico, perdendo da uno più forte che ha dovuto giocare al cento per cento della sua forza, Hewitt nei quarti è stato asfaltato, Youzhny in semi non ha mai fatto davvero paura, solo la mina vagante Verdasco gli ha fatto venire qualche brivido nel suo cammino verso la finale, dove non ha purtroppo incontrato Agassi in quello che sembrava un copione già scritto (che il tennis sia più onesto di altri sport?). Di sicuro un campione ritrovato, il più credibile fra i numeri tre. Anche se Federer lo teme di meno rispetto a Safin e Nalbandian.

2. Rafa Nadal gioca troppo, anche perché in genere nei tornei arriva in fondo: non ai livelli mostruosi di Davydenko, ma senz'altro con pressioni e aspettative diverse. Questo il discorso generico e generale, perché dopo Wimbledon lo spagnolo ha giocato solo a Toronto (fuori con Berdych agli ottavi) e Cincinnati (fuori con Ferrero ai quarti), e poi i problemi alla caviglia destra emersi contro Novak li avrebbe potuti avere anche uno freschissimo. Il dolore rischia anche di compromettere la partecipazione allo spareggio di Davis contro l'Italia, fra dodici giorni a Santander: dato il forfait a Pechino, dove l'anno scorso aveva vinto (e Federer si allontana...), più che a un'Italia che sarebbe battibile anche dalle riserve delle riserve spagnole Nadal dovrà pensare alla sua programmazione ed alla necessità di aggiungere almeno un altro colpo vincente al suo gioco. Quest'anno ha lavorato soprattutto sul servizio, con ottimi risultati, ma paradossalmente a Wimbledon il terraiolo può a volte adattarsi meglio che al cemento o al sintetico. Anche per piccoli particolari, tipo la misura stabilita per l'altezza dell'erba o la volée che per chi ha grande talento (come Nadal) viene in pratica da sola. Il suo torneo è stato comunque buono, anche visto con il metro dei paesi del 'deludente secondo posto'.

3. Non riusciamo a credere al ritiro di Martina Navratilova, nemmeno a cinquanta anni e nemmeno dopo il successo nel misto (cinquantanovesimo in un torneo dello Slam, tutto compreso) insieme a Bob Bryan, ma di sicuro crediamo a quello di Andre Agassi, che ha tanti progetti extratennistici già avviati e soprattutto nessuna possibilità di salvarsi con la classe in un mondo iperfisico. In alcuni di questi progetti vorrebbe coinvolgere il suo ultimo allenatore, Darren Cahill, sul cui futuro abbiamo letto anche un'ipotesi affascinante: prendersi in carico Lleyton Hewitt e modificare il suo gioco, facendone una specie di Agassi con lo scopo di schiodarlo da quel limbo che accontenterebbe tanti impiegati del tennis ma non chi ha vinto, è bene ricordarlo al di là dei 'come on', uno Wimbledon e uno Us Open, sia pure in una fase di vuoto di potere. In sostanza uno Hewitt meno rematore-borghiano e più dentro il campo: forse solo l'Ivan Lendl di fine carriera, che rinunciava al Roland Garros per inseguire il sogno possibile di Wimbledon, nella storia ad alto livello del tennis ha provato a cambiare così radicalmente il suo gioco. Perché quello che gli albi d'oro non dicono è che le demivolée del ceco a un certo punto erano quasi a livelli McEnroe. L'abbiamo sparata, ma un po' ci crediamo...

4. Fra le mille previsioni strampalate che facciamo, almeno la resurrezione di Roddick e la vittoria della Sharapova le avevamo azzeccate. Non che ci volesse Nostradamus, vista l'estate dell'americano e il cambio di angoli della russa più odiata dalle altre russe, alla quale le semifinali con tanti complimenti non bastavano più. La donna copertina del tennis mondiale ha avuto un ottavo difficile contro la Li, superata con molta più fatica di quanto dica il 6-4 6-2, un quarto ancora più difficile contro la Golovin e poi ha brutalizzato la Mauresmo con due sei a zero inframmezzati da un set letteralmente regalato. In finale con la Henin la Sharapova è stata molto più aggressiva che nel passato: meno tennis percentuale, perché non si può prendere a pallate una del talento della belga, ma più rischi, angoli e anticipi. Il tutto sommato alla solita testa da campionessa, che le fa colpare il gap con chi ha più tennis dentro: Mauresmo, Henin, una semirinata Serena Williams (l'ottavo con la Mauresmo è stata la partita del torneo, insieme alla semi Henin-Jankovic), la Hingis, la Dementieva, la stessa rattoppata Davenport, o la Jankovic che ha dimostrato che quando non pensa può battere chiunque. Non ci sembra uno sport in crisi...

5. Come escono gli italiani dall'ultimo torneone 2006? Malissimo, perché non c'erano nemmeno buchi nel tabellone da far gridare all'occasione mancata. Si è salvata solo Mara Santangelo, che ha confermato le buone impressioni agostane togliendo un set alla Mauresmo nel terzo turno: un'altra bella sconfitta, ma meglio di niente. La Pennetta era infortunata e ha preferito una Fed Cup possibile ad uno Us Open impossibile, mentre la sconfitta della Schiavone con la Peer, che ha così guadagnato l'ottavo con la Henin, non è stata una sorpresa epocale. La situazione dietro alle ingiocabili è, come si dice, fluida. Anche se un uomo numero 15 del mondo, bisogna ammettere, verrebbe preso in tutt'altra maniera dai nostri media. Pochissimo da dire dei maschi, se non che il discreto livello medio è diventato un cattivo livello medio: costruirsi una buona classifica è più facile che fare strada nei quattro tornei che contano. Poi Sanguinetti può perdere tutta la vita da Massu, e Volandri essere superato dal Becker che poi sarebbe entrato nella storia grazie ad Agassi, mentre è già più difficile accettare la passività di Bracciali con Simon. Ma insomma, nel tennis è quasi impossibile che il fuorigioco dubbio o il contatto 'che poteva starci' decida una partita, anche nei campi non serviti dall'occhio di falco. Cosa dire? Il Belgio femminile senza la Clijsters è battibile, la Spagna maschile con chiunque in campo purtroppo no. Per quello che conta la Davis...

Stefano Olivari
stefano@indiscreto.it

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