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News |
L'ostile della casa di Stefano Olivari > 23/8/2006
Martedì 23 agosto 2006, ore 21
Sembra incredibile, ma nelle spiagge e nei bar c'è ancora qualcuno che pensa che Calciopoli sia un presidente particolarmente stupido e disonesto che dà una valigetta piena di denaro ad un rappresentante della squadra avversaria o ad un arbitro per taroccare una partita. Non che queste cose in passato non siano successe, così come accadranno in futuro, ma il punto è che non danno la dimensione del marcio che ha avvolto tutto il nostro mondo. Calciopoli non è nemmeno 'solo' Moggi o chi per lui che gestiva il mercato di decine di società, trattava come dipendenti i designatori e concordava con i giornalisti gli interventi nelle trasmissioni, Galliani che per anni ha governato la Lega contando sui voti di una serie B a tutti gli effetti mantenuta da una mutualità assurda e su quelli delle grandi di A (Juve, Inter, Roma, Lazio) 'contro' i club di medio livello e di ambizioni fastidiose, o Carraro che si era posto come mediatore di tutti i poteri forti e fortissimi, dal mondo Capitalia a quello Fiat, dando l'impressione che tutto fosse già scritto. Calciopoli è stata sicuramente 'anche' questo. Ma secondo noi è soprattutto stata il nascondere tutto questo per decenni, sia da parte dei diretti interessati, anche di quelli che apparentemente non ci guadagnavano niente, che da parte dei giornalisti. E così sul piano mediatico si è creata una situazione senza ritorno: non solo il pubblico, la famosa funariana 'ggente', giudica colpe e meriti della sua squadra secondo il metro della fede (Sono interista? Moratti è una vittima. Sono juventino? Cobolli Gigli ha ragione), ma anche i giornalisti stessi ormai sono giudicati solo secondo una presunta appartenenza. Mi critichi? Allora nella migliore delle ipotesi tifi per la squadra avversaria, se no più realisticamente sei prezzolato da qualche mio nemico. Non solo con soldi, ma con mille altri strumenti: un viaggio premio, un bel regalo di Natale (secondo il teorema che anche il giornalista più ricco è pezzente dentro), uno stage per il figlio 'che poi te lo assumiamo', in certi casi di cui siamo stati testimoni oculari anche solo la possibilità di ostentare confidenza con un giocatore. Cose che valgono per i grandi club ma ancora di più per quelli di realtà medio-piccole, dove il 'non lavori più' ha un peso diverso che a Milano o Roma, città piene di progetti fumosi dove un disoccupato che non faccia lo schizzinoso riesce sempre a riciclarsi. Stiamo volando alto, ma in realtà pensiamo ad un esempio concreto, il primo che ci è capitato di osservare dal nostro rientro al lavoro. Parliamo della querela del Milan nei confronti di Ezio Mauro, direttore di Repubblica, annunciata con un comunicato sul sito rossonero: ''L'A.C. Milan comunica di aver affidato ai propri legali mandato di procedere nei confronti del signor Ezio Mauro, direttore di La Repubblica, per le dichiarazioni rilasciate al quotidiano Tuttosport del 22 agosto 2006''. L'abbiamo trovata a pagina 4, firmata da Niccolò Mello. Questa l'unica frase in cui Mauro, parlando in generale degli scandali del calcio e della Juve di cui è tifoso, cita la società rossonera: ''Pensavo che tutto il male che si diceva intorno a Moggi e Giraudo fosse solo una sequela di chiacchiere, che fosse una bufala. Invece, si è scoperto che era tutto vero. Come tifoso, mi dispiace molto, è ovvio. Ma ragionando da cittadino, da un punto di vista più distaccato, credo che questo processo abbia colpito solo la Juventus. Cioé una parte del malcostume. Ritengo infatti che non sia stato focalizzato il cuore del marciume: i diritti tv. Che hanno rovesciato sul calcio una pioggia di miliardi. Ed è rimasto praticamente impunito anche il motore di questi diritti tv: il Milan. Gestito da Galliani, presidente di Lega, e da Berlusconi, che controlla buona parte del sistema televisivo''. Quindi in una frase in cui parla delle colpe della Juventus il direttore di Repubblica osserva l'importanza dei diritti tivù nel marcio del calcio, per la loro entità e per il fatto che il principale attore di questo mercato è anche proprietario del Milan. L'avete già letta un milione di volte, vero? Eppure Adriano Galliani l'ha considerata degna della querela, querela nell'accezione italiana: non strumento per far valere i propri diritti o avere un risarcimento, ma semplice minaccia. Metaforico manganello da agitare sulla testa del giornalista, in maniera quasi sempre (in questo caso di sicuro) pretestuosa. Visto che articoli e posizioni della società sono pubblici, chiunque può farsi una sua idea senza basarsi sulle nostre. A condire il tutto si è aggiunta la decisione di Galliani, annunciata ieri sera, di impedire l'entrata a Milanello ai cronisti di Repubblica fino a data da definirsi: così, per punizione. Dal punto di vista dell'immagine l'ennesima tragedia del ridicolo (diversi giornali, in passato, hanno ricevuto lo stesso trattamento), dal punto di vista giornalistico nessun problema per Repubblica, che di solito non basa i suoi articoli sulle conferenze stampa preconfezionate. Rimane l'atteggiamento intimidatorio: in altre realtà geografiche, di cui parleremo prossimamente, a queste misure si aggiunge anche l'ultrà con la mazza da baseball sotto casa o le telefonate a notte fonda di ansimatori professionisti. Ma rimaniamo nell'ambiente Milan, dove qualche giorno fa è accaduto anche qualcosa d'altro, di cui forse non si è parlato. In un articolo sulla Stampa una giornalista del quotidiano, Laura Bandinelli, aveva descritto (sintetizziamo) un Galliani non esattamente nelle grazie di Berlusconi, infuriato (questo lo scriviamo noi) per le trattative di mercato fin qui condotte dal suo amministratore delegato, tanto che avrebbe personalmente bloccato, con Galliani già in Brasile, l'acquisto di Rafael Sobis. Uno scenario rivelatosi fondato, visto che l'ambitissimo Sobis è poi finito al Racing Santander. Ma tanto è bastato a far partire una telefonata da via Turati (non fatta da Galliani, ma da un suo sottoposto) alla redazione sportiva della Stampa, con richiesta (eufemismo) di non mandare più a Milanello la giornalista e risposta che a queste condizioni non sarebbe stato mandato più nessuno. Risposta che torna ad onore della Stampa, ma che non cambia i termini del problema. Nel mondo dei giornalisti-tifosi, delle solite tre squadre (più qualche macchietta giallorossa o viola, parliamo di tivù e giornali nazionali), queste vicende ai lettori possono anche non interessare. Però possono spiegare come mai sia tanto difficile raccontare la verità, ammesso di conoscerla. Urlare paonazzi, sventolare una sciarpa o più seriosamente pubblicare sul giornalone tesi scritte dall'ufficio stampa sono cose che ti permettono di essere riconosciuto dal fruttivendolo, trattato meglio del medico ed apprezzato dai tuoi parenti: e nessuno ti impedirà mai di lavorare. Cosa possiamo dire? Forse che non sono tutti così. Qualcuno lo dica a Galliani e al suo capo...
Stefano Olivari
stefano@indiscreto.it
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