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News |
L'emisfero che ti capita di Stefano Olivari > 25/7/2006
Martedì 25 luglio 2006
La prima tentazione di un italiano che scrive un libro sul Brasile è sempre quella di raccontarci un presunto e fantomatico 'vero Brasile', ovviamente diverso da quello delle rotte turistiche per noi poveri stupidi che pensiamo sia tutto Carnevale, o di quelle poetiche per intellettuali che proprio non sopportano lastoviglie e computer, quando sarebbe così bello lavare i panni al fiume e scrivere su un papiro. Deve averla avuta anche Lucio Rizzica, questa tentazione, se non altro perché lui il Brasile lo conosce davvero bene sia come giornalista che come uomo. Se l'ha avuta, questa tentazione, l'ha comunque repressa benissimo. Perché scegliendo la chiave del romanzo è riuscito con il suo 'Testa o croce con il destino - Non sempre in Brasile si diventa calciatori' (editore Libri di Sport) ad evitare sia la sociologia terzomondista del genere 'è tutta colpa degli americani' che il solito mosaico di articoletti e raccontini malinconici o sfigati, che magari si adattano ai tempi di lettura del 2006 ma che in un libro danno sempre una sensazione di tirato via. L'inviato di Sky, noto ai più come telecronista di motori (ma fagocitato anche dal calcio), per sfuggire ai brasilianismi di maniera e raccontare tutto quello che un paese gli ha raccontato ha quindi dovuto scegliere una forma stilistica difficilissima (se si vuole andare oltre il temino, ovvio, perché ognuno di noi ha il suo romanzo nel cassetto), che richiede sforzi immani per dare unitarietà ed espone in ogni caso al ridicolo, visto che le pagine culturali dei quotidiani sono infestate da persone che ricordano che 'dopo Dostoevskij il romanzo è morto': grande frase da happy hour, tanto è difficile trovare qualcuno che ti possa contraddire, ma degna di chi pensa che la cultura sia qualcosa di immobile. La storia è ambientata a Macapà, capitale dello stato di Amapà (Brasile, chiaramente), città di trecentomila abitanti situata proprio sulla linea dell'Equatore. Non solo: anche uno dei suoi campi di calcio sorge sulla linea dell'Equatore, con la linea di metà campo che divide l'emisfero australe da quello boreale. Storia di Brasile, in un centro abitato abbastanza grande per riprodurre tutte le differenze socioeconomiche di città più famose ma abbastanza sconosciuto per non cadere nel luogo comune o nella cartolina. Storia di calcio, piena di sogni e di giocatori, ma con protagonista un ragazzo, Marcelo Alto, che sogna di diventare un grande arbitro e di attirare l'attenzione di Susana, ragazza figlia di una piccola borghesia raggiungibile, in termini finanziari, ma secondo la logica delle caste in realtà lontanissima. Storia di illusioni che si tramandano di padre in figlio e di famiglie che continuano a credere in Dio nonostante tutto, con un senso religioso che va molto al di là della religione. Il giovane arbitro si trova ad dirigere la partita decisiva di un importante torneo locale, in mezzo a conoscenti, osservatori, amici, nemici e ovviamente (questo l'unico 'romanzismo' in cui cade l'autore) anche Susana, portata in quel campo da una mano superiore, per vedere quell'arbitro che all'inizio della partita chiede ai capitani 'Palla o emisfero?', invece del classico 'Palla o campo': il suo personalissimo modo per affermare l'orgoglio di fare parte del gioco, sia pure in un ruolo mai amatissimo, in paesi come il Brasile addirittura disprezzato. In una giornata c'è tutta una vita, dalla festa che precede la partita alla partita stessa: fra macumba, buoni propositi e piccoli accadimenti in cui ogni cosa sembra diventare metafora. In uno degli ultimi capitoli, il più sorianiano, c'è il calcio di rigore decisivo. Lunghissimo e fondamentale per le esistenze di tutti. Poi l'incontro con Susana, la partenza verso la grande città, l'amore adulto, l'arbitraggio vero. Con chiusura da brivido, per chi ha il calcio dentro: la direzione di un'amichevole del Brasile nel nuovo stadio di Macapà. Sempre chiedendo ai capitani 'Palla o emisfero?'. Ma non è banalizzando la trama, come abbiamo fatto noi, che si può cogliere il senso dell'opera (con una doppia prefazione: Giovanni Bruno, direttore di Sky Sport, e Arnaldo Coelho, l'arbitro di Italia-Germania finale 1982: il suo 'palla o emisfero' fu di raccogliere il pallone e di alzarlo come una coppa, al fischio finale), nè elencando i tanti personaggi ben dentro i confini di una realtà che Rizzica sa raccontare in maniera coinvolgente, però stando attento ad evitare macchiettismo e parabole moraleggianti. Forse il senso del libro più che dalla nostra critica (non siamo veri critici, leggiamo solo quello che pensiamo interessante) può essere spiegato dal dvd allegato, da guardare con attenzione: il reportage era stato realizzato per Telepiù ed è il viaggio all'interno di una favela, evidentemente sotto protezione di qualche persona introdotta, per raccontare l'importanza del calcio non solo per chi sogna di farcela ma anche per chi sa già di non avercela fatta. Vecchi ragazzi che parlano con ammirazione e senza livore di Ronaldinho, Ronaldo, Rivaldo, consapevoli che il destino ha fatto determinate scelte, che una chance la possono comunque avere tutti e che loro sono purtroppo capitati nell'emisfero sbagliato. Hanno la palla, però. Non è poco.
Stefano Olivari
stefano@indiscreto.it
(in esclusiva per Indiscreto)
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